Il complesso petrolchimico colpito da Israele ad Asaluyeh si trova sul margine del giacimento di South Pars, la porzione iraniana del più esteso serbatoio di gas al mondo, nel Golfo Persico e conteso con il Qatar. Si tratta di un’area strategica: il bacino copre circa 3700 kmq e le stime valutano le riserve totali in circa 51.000 miliardi di metri cubi di gas, un volume teoricamente in grado di influenzare significativamente i mercati energetici globali.
Dal punto di vista operativo, Asaluyeh funge da epicentro industriale per l’estrazione e la lavorazione: la zona portuale e la fiscal special economic area superano i 100 kmq ed ospitano raffinerie, impianti di liquefazione ed infrastrutture di supporto al giacimento. È qui che converge una quota importante della produzione iraniana — fonti locali ed internazionali stimano che dall’area provenga circa il 40% del gas nazionale. A causa delle restrizioni internazionali e dei limiti tecnologici, gran parte del gas prodotto in Iran (circa 276 miliardi di mc nel 2024) viene destinato al mercato interno piuttosto che all’export. Gli stabilimenti nell’area erano già stati presi di mira il 18 marzo: quei raid avevano causato danni rilevanti alle strutture. Dopo la nuova serie di attacchi, la Compagnia nazionale petrolchimica iraniana ha avviato verifiche sui danni subiti. Gerarchi israeliani sostengono che i colpi combinati su South Pars e sugli impianti di Mahshahr abbiano messo fuori uso impianti che producono l’85% delle esportazioni petrolchimiche iraniane, configurando —secondo il ministro della difesa israeliano— un danno economico rilevante, quantificabile in decine di miliardi di dollari per il regime.