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Alta tensione in Yemen. I ribelli accusano i sauditi per il bombardamento dello scalo aeroportuale

Nel Mar Rosso nuove e pesanti minacce per i corridoi marittimi

A Sana'a i ribelli sciiti Houthi dello Yemen hanno lanciato ieri una pesante e immediata minaccia militare di ritorsione contro l'Arabia Saudita a seguito di un violento raid aereo che ha gravemente devastato l'aeroporto internazionale della capitale. Il portavoce ufficiale del gruppo armato, Yahya Saree, ha accusato formalmente il vicino regno saudita di aver infranto la fragile tregua diplomatica in corso nella strategica regione mediorientale. La dichiarazione bellicosa rischia di far precipitare nuovamente il tormentato Paese in un sanguinoso conflitto su vasta scala, malgrado l'attacco sia stato ufficialmente rivendicato dalle forze governative yemenite fedeli a Riad.

La tensione internazionale nella penisola arabica riflette la complessa rete di alleanze geopolitiche che vede gli insorti stabilmente supportati politicamente e militarmente dall'Iran. Secondo le ultime analisi approfondite delle intelligence occidentali, la riapertura di questo complesso fronte interno aggrava pesantemente la stabilità della sicurezza marittima nel Mar Rosso, dove le milizie locali continuano a minacciare le grandi navi e le rotte commerciali occidentali. Il portavoce Saree ha ribadito che l'aggressione subita non rimarrà affatto impunita, scaricando interamente sui leader sauditi la responsabilità di tutte le future conseguenze militari. La mossa interrompe bruscamente i progressi diplomatici faticosamente raggiunti sotto l'egida internazionale delle Nazioni Unite.

Gli esperti evidenziano come la nuova escalation yemenita rischi di incendiare l'intero quadrante mediorientale, già fortemente destabilizzato dalle croniche frizioni regionali. Il governo yemenita legittimo e riconosciuto dalla comunità internazionale ha giustificato l'azione aerea come una risposta necessaria per neutralizzare le postazioni logistiche della milizia sciita. L'Arabia Saudita si trova in una posizione delicata, sospesa tra la necessità di proteggere i confini nazionali e la volontà di non far fallire i grandi piani di investimento economico legati alla stabilità geopolitica del territorio. Il destino dei transiti energetici globali rimane legato a questo delicatissimo equilibrio economico nel lungo periodo.

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