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Caro-gasolio. Assotir: "intervenire su fragilità autotrasporto invece di minacciare blocchi"

Donati: "fermo costerebbe al settore molto più dei 200 milioni che punta ad ottenere. Riequilibrare rapporti con committenza"

Intervenire sulle fragilità strutturali dell’autotrasporto -ad iniziare dall’intermediazione e dalla precarietà del settore, che nulla hanno a che vedere con il caro-gasolio innescatosi con il conflitto in Medio Oriente– invece di minacciare dei blocchi difficilmente attuabili e che costerebbero molto di più delle risorse pubbliche che puntano ad ottenere. È la posizione che esprime Assotir, commentando le reazioni che il settore ha minacciato per manifestare malessere nei confronti del caro-gasolio.

“Le iniziative che il settore sta minacciando in queste ore sono troppe, scollegate e, talvolta, anche sconnesse - commentato il presidente nazionale di Assotir, Anna Vita Manigrasso- Si va dal fermo appena rientrato dei porti in Sicilia, al blocco nazionale proclamato da Trasportounito, ma bocciato dalla Commissione di haranzia, alla proclamazione di un altro fermo da parte di Unatras, verosimilmente per la seconda metà di maggio. La nostra categoria dà l’idea di essere nello sbando completo, di fronte allo tzunami del caro-gasolio”.

Il presidente di Assotir sottolinea che “Se la soluzione della crisi dipende esclusivamente dalla fine della guerra, noi dobbiamo cercare le strade più idonee per renderla gestibile. Quindi, come prima cosa, il carico dei maggiori costi dovuti al gasolio non può essere assorbito dal solo autotrasporto. Di una parte può – e, deve – farsene carico lo Stato. Ma un’altra, assai più consistente, deve essere assorbita dal mercato, cioè, da nostri committenti”.

“Assotir –prosegue il segretario di Assotir, Claudio Donati, - non ha affatto brindato al taglio delle accise previsto con il decreto carburanti. Chi lo ha fatto, adesso, si sta rendendo conto di quanto sia inaccettabile il comportamento tenuto dal Governo nei confronti dell’autotrasporto professionale. Fatta questa premessa, tuttavia, riteniamo anche che l’insufficienza dello stanziamento per finanziare il credito d’imposta, appena 100 milioni, da sola non basti a giustificare un fermo nazionale dell’autotrasporto. È sufficiente fare un calcolo: si chiede di stanziare altri 200 milioni per il credito di imposta, ma una settimana di fermo costerebbe ai trasportatori un miliardo di Euro. Senza contare i danni per il resto del Paese”.

“Il caro-gasolio è il problema dirompente –ribadisce- ma la questione centrale risiede in una fragilità strutturale del settore, antecedente ed indipendente dal caro-gasolio. Bisogna superare l’attuale sistema giuridico, fatto di norme inapplicate e inapplicabili, su cui prospera l’intermediazione e la precarietà dell’autotrasporto. E bisogna farlo prendendo come esempio la strada intrapresa da altri paesi europei, Spagna e Francia in primis, dove sono obbligatori i contratti scritti e la scheda di trasporto digitale; dove si seguono criteri trasparenti nella costruzione della tariffa di trasporto; e dove le imprese di trasporto devono rispettare dei parametri di proporzionalità tra fatturato e numero di veicoli ed addetti. In altre parole, la necessità è di riequilibrare il rapporto con la committenza. Ed occorre incalzare il Governo affinché apra un tavolo di confronto serio su questo argomento”.

Per il segretario di Assotir, “sono questi gli obiettivi che meriterebbero una protesta, compreso il fermo nazionale dell’autotrasporto. Ma chi proclama o minaccia fermi oggi, sembra proprio che lo faccia sperando di non farli. Si punta a forzare la mano al Governo, per un po’ di risorse in più. Così facendo, però, i trasportatori, riceveranno tra qualche mese qualche sussidio compensativo. Ma si troveranno a combattere gli stessi problemi che da anni ne impediscono non solo la crescita, ma ormai anche la sopravvivenza”, conclude il segretario.

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