Sui mari del Golfo Persico, nello stretto di Hormuz, l'inchiesta di "Bloomberg" pubblicata il 2 ottobre rivela come la marina degli Stati Uniti stia garantendo il transito strategico delle navi energetiche tra attacchi di droni e missili iraniani. Nonostante l'assenza di un accordo diplomatico con Teheran per riaprire ufficialmente il canale, i giganti del mare riescono a mantenere operativi i flussi commerciali globali grazie ad un rigido sistema di scorta militare. JPMorgan e Goldman Sachs confermano infatti che le esportazioni di greggio mediorientale stanno tornando a livelli vicini a quelli prebellici, raggiungendo un volume giornaliero stimato in oltre diciassette milioni di barili.
Per superare l'area di crisi, i comandanti sono costretti ad adottare manovre estreme di navigazione difensiva. Le imbarcazioni viaggiano prevalentemente durante le ore notturne a luci spente, disattivando i transponder di tracciamento ed affidandosi a metodi classici di rotta costiera lungo il litorale dell'Oman. Le strutture di plancia vengono rinforzate con barriere di sabbia e sistemi antincendio costantemente in funzione per prevenire le conseguenze degli impatti. Le comunicazioni radio sono ridotte al minimo e limitate agli aggiornamenti periodici inviati ai comandi americani, che coordinano i passaggi per evitare le mine navali.
Il livello di rischio rimane elevatissimo, con l'International Maritime Organization che registra già ventiquattro vittime tra i marittimi dall'inizio delle ostilità nella regione. Gli armatori offrono forti incentivi economici agli equipaggi, provenienti in gran parte da nazioni come Filippine e India, per accettare missioni ad alto rischio dove le probabilità di subire un'offensiva sfiorano il cinque per cento. La complessa catena di approvvigionamento energetico poggia così sulla determinazione dei capitani e sulla vigilanza della scorta alleata, indispensabili per proteggere la mobilità marittima e preservare la stabilità dei mercati internazionali.