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Tensioni nello Stretto di Hormuz comprimono rotte e porti

Impennata dei premi di rischio e carenze infrastrutturali spingono a deviazioni e ritardi

Le compagnie di navigazione stanno rivedendo rotte e piani di carico per effetto delle tensioni nello Stretto di Hormuz, con ripercussioni immediate sulle filiere logistiche. Lo segnala Luca Fiorini, presidente del Comitato Piccola e Media Impresa di Confindustria Veneto Est, intervenuto alla Settimana della sostenibilità di Mogliano Veneto: porti considerati “sicuri” in prossimità del Golfo Persico nel tempo sono stati progressivamente marginalizzati ed oggi non dispongono della capacità né delle infrastrutture per gestire ondate di transhipment da migliaia di container. 

Di conseguenza le navi affrontano due opzioni critiche: invertire la rotta o sostenere oneri straordinari per completare la consegna. Il risultato operativo è un aumento dei rischi di accumulo e, in casi estremi, di merci abbandonate nei bacini portuali. Anche gli scali italiani potrebbero subire una contrazione dei flussi, poiché molte compagnie evitano prenotazioni che implicano il passaggio oltre Hormuz. Il presidente cita come esempio la tratta Genova–Dubai: il premio di rischio ed i costi logistici sono esplosi, passando da circa 800 dollari per container a tariffe che possono arrivare attorno ai 6800 dollari quando si ricorre a deviazioni o a scali alternativi (via Gedda con ricarichi significativi per il trasbordo verso Emirati o Kuwait). La pressione sui corridoi marittimi evidenzia la fragilità delle catene di approvvigionamento e la necessità di investimenti immediati in capacità portuali e piani di resilienza.

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