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Bornholm: hub energetico danese tra decarbonizzazione e sicurezza

Piattaforma off-shore, elettrolisi ed interconnessioni: sfide industriali e geopolitiche

Un progetto concepito anni fa come espressione della decarbonizzazione europea sta assumendo oggi una valenza strategica diversa. Secondo un'analisi di "Die Welt", la "Bornholm Energy Island" —la più ampia iniziativa energetica nella storia danese e tra le maggiori a livello mondiale— viene rilanciata non solo per il clima, ma come elemento di resilienza geopolitica. 

Avviata in tempi di entusiasmo per l'off-shore wind, l'idea era stata a lungo accantonata per motivi economici: costi di realizzazione elevati, scarsa appetibilità per gli investitori, mercati elettrici volatili e rincari delle materie prime. Originariamente Copenhagen aveva ipotizzato due piattaforme artificiali: una nel Baltico (Bornholm) ed una nel Mare del Nord, quest'ultima pensata anche come hub verso il sistema belga; entrambi i progetti però hanno subito ripetuti rinvii. Il quadro internazionale mutato —ed in particolare le prese di posizione dell'amministrazione statunitense sotto Donald Trump, percepite come fonte di potenziale instabilità nelle alleanze e negli equilibri regionali— ha spostato l'asse politico: l'isola non è più soltanto infrastruttura per la transizione, ma strumento per ridurre la dipendenza dalle importazioni energetiche. Il piano prevede la costruzione di una piattaforma artificiale off-shore collegata a parchi eolici, convertitori di potenza, elettrolizzatori per la produzione di H2 e sistemi di interconnessione per distribuire energia fra Danimarca e Germania. 

Con il sostegno della Commissione europea, il progetto rispecchia una tendenza più ampia: la politica energetica viene sempre più interpretata come leva di sicurezza economica e sovranità nazionale, oltre che come risposta alla decarbonizzazione. Per la filiera marittima e degli impianti off-shore, Bornholm rappresenta una sfida industriale e logistica di primo piano.

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