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Hormuz, bonifica mine e traffici bloccati: attesa lunga 40 giorni

Procedura complessa ed assicurazioni caute frenano ritorno delle navi nello stretto

Il ritorno alla normalità nel traffico marittimo nello Stretto di Hormuz potrebbe non essere immediato, anche dopo l’accordo per la riapertura del canale. Secondo quanto riferisce il Jerusalem Post, citando fonti occidentali esperte di sicurezza marittima, la bonifica di eventuali mine richiederebbe infatti un intervallo di 40-50 giorni, durante i quali dragamine convenzionali e droni sottomarini di ultima generazione dovrebbero operare prima che molte compagnie assicurative, di navigazione o petrolifere considerino il passaggio abbastanza sicuro da riprendere le rotte.

La cautela resta alta perché, anche dopo l’annuncio di ieri di un accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per chiudere la guerra e riaprire lo stretto, gli operatori del settore non vedono ancora le condizioni per un rapido rientro delle navi. Continuiamo a ritenere molto rischioso per le navi iniziare i transiti in questo momento, ha affermato Jakob Larsen, responsabile della sicurezza presso l’associazione marittima Bimco. La minaccia delle mine nella zona rimane una preoccupazione sia nell’immediato che a lungo termine, ed è necessario individuare percorsi privi di mine.

Il nodo è rilevante per l’intero mercato energetico: prima della guerra, lo Stretto di Hormuz convogliava il 20% dell’approvvigionamento giornaliero mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. Le stime basate sui flussi prebellici indicano che il blocco delle forniture dal Golfo già in corso dal 28 febbraio potrebbe essere aggravato, con il rischio di trattenere decine di milioni di barili di petrolio. Ogni singolo barile esportato dall’area resta cruciale, mentre le scorte delle maggiori economie mondiali stanno scivolando verso i livelli più bassi almeno dal 2003, secondo un’analisi dell’Agenzia statunitense per l’informazione energetica diffusa la scorsa settimana.

Non è stato chiarito quante mine l’Iran abbia effettivamente collocato nello stretto. Durante il conflitto, Teheran ha cercato di rafforzare il proprio controllo sulla rotta e ha minacciato di ricorrere a mine navali, senza però confermare se gli ordigni siano stati davvero posati. Gli Stati Uniti hanno sostenuto che il rischio è concreto e hanno affermato di aver colpito le imbarcazioni iraniane impiegate nella posa delle mine. Nel corso di un’audizione della Commissione per le relazioni estere del Senato, il 2 giugno, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che l’Iran ha minato ampie zone di Hormuz, acque internazionali, senza fornire ulteriori particolari.

Anche la marina tedesca, in una nota dell’11 giugno e sulla base di informazioni attribuite alle marine statunitense e britannica, ha segnalato la presenza di mine in quattro punti attorno allo stretto. La stessa nota precisa però che la Germania non era in grado di verificare l’ubicazione esatta degli ordigni. Nel frattempo, pur avendo Iran e Stati Uniti facilitato discretamente il transito delle navi attraverso lo stretto bloccato nelle ultime settimane, la riapertura operativa per il traffico commerciale resta subordinata alla sicurezza reale dell’area.

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