La tragedia di Lodi, dove il quindicenne Jacopo Rossi Trabattoni ha perso la vita folgorato su un traliccio a 300.000 volt per quello che gli inquirenti ipotizzano essere stato un selfie estremo, ha riaperto con drammatica urgenza un interrogativo sulla sicurezza delle infrastrutture nazionali: è possibile — e necessario — proteggere la rete elettrica anche dall'intrusione deliberata di chi sfida il pericolo per un contenuto da pubblicare online?
La risposta risiede nell'analisi di come viene progettata e finanziata la sicurezza di una rete di trasmissione. Se si sposta lo sguardo dalla cronaca ai documenti strategici delle grandi utility, emerge una frattura netta tra le tecnologie attualmente implementate e le nuove minacce d'origine comportamentale.
La digitalizzazione di Terna: resilienza climatica, non perimetrale
Nel Piano Industriale di Terna (2024–2028), il gestore della rete di trasmissione nazionale ha messo sul piatto oltre 16 miliardi di euro di investimenti, con circa 2,4 miliardi destinati alla digitalizzazione e oltre 3 miliardi alla sicurezza e resilienza. La rete italiana, composta da oltre 67.000 chilometri di linee e decine di migliaia di sostegni distribuiti su tutto il territorio, sta vivendo una profonda trasformazione tecnologica basata su Internet of Things (IoT), Digital Twin (repliche digitali dei tralicci), droni per le ispezioni e intelligenza artificiale per la manutenzione predittiva.
Tuttavia, questi massicci investimenti rispondono a priorità ben precise:
Resilienza climatica: proteggere la rete da eventi atmosferici estremi, incendi, neve e sovraccarichi.
Continuità del servizio: prevenire guasti tecnici per evitare blackout su larga scala.
Sicurezza passiva: adottare le misure standard previste dalla legge (cartelli di monito, piastre anti-scalata, rimozione delle prime sezioni di scalette).
Ciò che il piano industriale non prevede — e che l'episodio di Lodi porta drammaticamente a galla — è la protezione attiva e capillare dei singoli tralicci isolati nelle campagne contro l'accesso volontario non autorizzato.
Il "punto cieco" tecnologico: perché i tralicci restano scoperti
Mentre le Stazioni Elettriche di Trasformazione (i nodi recintati e chiusi della rete) beneficiano di videosorveglianza, sensori perimetrali e controllo degli accessi, le decine di migliaia di sostegni sparsi nei campi rimangono protetti esclusivamente da barriere fisiche passive.
Installare sensori di presenza, telecamere termiche con analisi video basata su AI o dissuasori acustici su ciascun traliccio campestre rappresenterebbe un'operazione dal valore di centinaia di milioni di euro, attualmente fuori dai perimetri regolatori e dai piani strategici. Dal punto di vista industriale, la probabilità che un individuo eluda volontariamente le protezioni passive per arrampicarsi su una struttura ad altissima tensione è sempre stata considerata un evento marginale, legato a condotte sconsiderate e imprevedibili.
Verso un nuovo paradigma di sicurezza?
Il diffondersi di mode estreme guidate dalle piattaforme digitali (daredevil/challenge) sta tuttavia trasformando un rischio irrilevante in un'emergenza reale. Il dibattito che si apre per i gestori delle infrastrutture e per le autorità di regolazione riguarda l'opportunità di rivedere le priorità d'investimento.
Il dramma di Lodi dimostra che le barriere fisiche tradizionali non bastano più di fronte alla determinazione dettata dalla ricerca di visibilità virtuale. Senza una revisione dei modelli di rischio che porti a includere anche le minacce comportamentali nei futuri piani di sviluppo e digitalizzazione delle reti, il divario tra la tecnologia che protegge il flusso elettrico e quella che protegge la vita umana rischia di rimanere tragicamente aperto