La definizione delle tariffe di rete e il rapporto fra remunerazione regolata, dividendi pubblici e costo finale dell’elettricità tornano nel confronto politico. A sollevare il tema è Carlo Calenda, leader di Azione ed ex ministro dello Sviluppo Economico, che individua nel modello applicato alle infrastrutture energetiche uno dei nodi da affrontare per alleggerire la pressione sulle imprese manifatturiere e sui bilanci delle famiglie.
Il riferimento principale è Terna, gestore della rete di trasmissione nazionale. La società opera in un monopolio naturale: i ricavi e la remunerazione del capitale investito nella RAB, la Regulated Asset Base, dipendono da parametri definiti dall’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente, ARERA. Secondo Calenda, tale quadro riduce il rischio imprenditoriale e richiede quindi una riflessione sulla redditività riconosciuta al gestore.
«È inaccettabile che una società che gestisce un monopolio naturale privo di rischio d'impresa registri un margine EBITDA superiore al 60%, con livelli di redditività paragonabili o persino superiori a quelli dei marchi del lusso globale come Hermès o Ferrari», ha affermato il leader di Azione. Nella sua ricostruzione, margini di questa dimensione non deriverebbero da una dinamica concorrenziale, ma da un impianto tariffario che finisce per incidere sulle bollette di utenti domestici e produttivi.
Nella fattura elettrica, le voci relative al trasporto dell’energia e alla gestione del contatore costituiscono una componente rilevante. Per Calenda, il punto politico riguarda anche la posizione dello Stato, presente contemporaneamente come soggetto chiamato a tutelare consumatori e competitività e come azionista che, attraverso Cassa Depositi e Prestiti e Ministero dell’Economia, beneficia dei dividendi prodotti dalle società partecipate.
La contestazione investe inoltre i sistemi retributivi dei vertici delle utility pubbliche. L’impostazione degli MBO, orientata alla crescita dell’utile e al valore per gli azionisti, rischierebbe secondo Azione di riconoscere premi molto elevati sulla base di performance finanziarie maturate in un perimetro regolato. Nel caso di Terna, il compenso fisso dell’amministratore delegato è indicato attorno a un milione di euro annuo, al quale si aggiunge la parte variabile.
Nel dibattito sono entrate anche le parole dell’attuale amministratore delegato di Terna, Pasqualino Monti, che ha dichiarato che il piano industriale sarà rinviato alla primavera e verrà predisposto dopo aver ricevuto da ARERA “il numerino”.
La proposta avanzata da Calenda si concentra anzitutto sui criteri di remunerazione del capitale. L’obiettivo sarebbe rivedere il WACC applicato alle attività di rete in monopolio e introdurre limiti più severi alla profittabilità operativa. Una seconda linea prevede il trasferimento progressivo delle componenti fisse di rete dalla bolletta alla fiscalità generale, così da non addossare tali costi in quota fissa agli utilizzatori finali.
Il terzo intervento riguarda la governance delle partecipate. Azione propone di collegare gli incentivi variabili dei manager non soltanto agli indicatori di bilancio, ma anche a parametri di interesse nazionale: fra questi, la diminuzione strutturale del costo dell’energia per le PMI e l’aumento dell’efficienza dell’intero sistema Paese.
Resta il confronto tra due esigenze: assicurare a Terna la capacità finanziaria necessaria per gli investimenti richiesti dalla transizione ecologica e ridurre il peso energetico che condiziona la competitività dell’industria italiana e il potere d’acquisto delle famiglie.