Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti punta all'autunno 2026 per approvare a Roma la complessa riforma della governance portuale italiana, ma dalla Commissione Europea a Bruxelles arrivano paletti vincolanti. La vicepresidente UE alla Concorrenza, Teresa Ribera, ha avviato un confronto serrato con l'esecutivo italiano per garantire che il nuovo testo rispetti le sentenze comunitarie in materia di libero mercato. Il viceministro Edoardo Rixi intende chiudere l'iter entro la fine dell'anno per riorganizzare la logistica marittima nazionale ed evitare l'incagliarsi della legge durante la successiva stagione elettorale.
Il nodo principale della trattativa ruota attorno alla nascita di Porti d'Italia SpA, la società pubblica destinata ad accentrare la pianificazione delle infrastrutture drenando parte delle entrate da tasse di ancoraggio e canoni concessori. Il progetto incontra la dura opposizione dell'europarlamentare Brando Benifei, che denuncia il rischio di una svolta centralista idonea a provocare un'immediata procedura di infrazione. La Commissione Europea ha infatti ricordato che la gestione dei moli e delle aree demaniali costituisce a tutti gli effetti un'attività economica, imponendo alle Autorità di Sistema Portuale una tassazione ordinaria equiparata a quella degli operatori privati.
L'esito di questa partita negoziale inciderà in modo diretto sul futuro dell'autotrasporto intermodale, sulla catena di fornitura merci e sulla competitività della mobilità marittima nazionale. Senza una governance chiara e perfettamente integrata nei principi del diritto europeo, i progetti per la digitalizzazione dei varchi, il cold ironing e l'efficientamento dei terminal rischiano un pericoloso blocco operativo. Le prossime settimane saranno dunque cruciali per capire se il governo saprà calibrare il testo in aula coniugando l'autonomia strategica dei bacini portuali italiani con la trasparenza richiesta dal mercato unico.