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Descalzi: l’Europa rischia una nuova stretta sul gas

Eni: scorte ridotte e domanda in crescita mettono sotto pressione il mercato continentale

La sicurezza degli approvvigionamenti europei, più che l’andamento trimestrale, è uno dei temi al centro delle valutazioni di Claudio Descalzi. L’amministratore delegato di Eni, intervistato da "MF-Milano Finanza", sostiene che il gruppo abbia ormai eliminato la dipendenza dal gas russo grazie alla diversificazione delle fonti. Tuttavia, avverte, l’Italia resta inserita nel mercato continentale: eventuali carenze di altri Paesi si rifletterebbero inevitabilmente anche sul sistema nazionale.

Secondo l'ad le riserve europee sono contenute mentre la domanda di gas cresce, alimentata anche dalle esigenze dell’intelligenza artificiale, dei data center, della difesa e della chimica. Alle tensioni già presenti si aggiungono le criticità negli approvvigionamenti dal Golfo e dal Medio Oriente. Se dovessero venir meno rilevanti quantità di Gnl, Paesi quali Germania, Francia, Spagna ed Olanda potrebbero cercare volumi alternativi difficili da reperire. In questo contesto, chi ha accumulato scorte rischierebbe di sostenere gli effetti delle scelte meno prudenti altrui.

Gli Stati Uniti, osserva il vertice di Eni, inviano già in Europa tra 50 e 60 miliardi di metri cubi annui di gas naturale liquefatto, ma non possono ampliare senza limiti le spedizioni poiché devono coprire il fabbisogno domestico. Il vincolo, aggiunge, riguarda anche altri prodotti energetici, compresi diesel e carburante aeronautico. Descalzi ritiene possibile che alcuni Paesi europei mantengano ancora per un periodo l’utilizzo di gas russo, sebbene Eni non lo acquisti. Molto dipenderà dalle temperature: un inverno mite renderebbe più gestibile il quadro degli stoccaggi, mentre un freddo intenso accrescerebbe le difficoltà.

Il confronto con i dati del terzo trimestre ha intanto premiato il titolo Eni a Piazza Affari, salito a 27,65 Euro con un progresso vicino al 6%. Gli investitori hanno accolto positivamente utili superiori alle attese, l’aggiornamento delle previsioni sulla produzione e sul flusso di cassa, nonché il rafforzamento della remunerazione degli azionisti. Il gruppo distribuirà il 9 dicembre un dividendo straordinario di 0,46 Euro per azione, per un esborso complessivo di 1,3 miliardi di Euro. Sommato al dividendo ordinario di 1,10 Euro, il ritorno complessivo dell’anno raggiunge 1,56 Euro per azione.

È stato inoltre incrementato del 12% il programma di riacquisto di azioni proprie, passato da 3,4 a 3,8 miliardi di Euro. L'ad collega queste decisioni alla generazione di cassa e al miglioramento delle prospettive industriali: la previsione per il 2026 è stata portata a 16,5 miliardi di euro. A suo giudizio, l’aumento della distribuzione agli azionisti non compromette gli investimenti destinati alla crescita.

Nei primi nove mesi, l’utile operativo adjusted di Eni è aumentato del 59,2%, mentre il free cash flow organico ha registrato una crescita dell’83%, con un ritmo superiore a quello delle commodity di riferimento, Brent e gas Ttf. Per l’amministratore delegato, il divario riflette la qualità dell’esecuzione industriale e finanziaria, non solo il contesto dei prezzi energetici.

La produzione è salita del 7%, equivalenti ad oltre 120 mila barili al giorno in più rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo il gruppo ha individuato circa 1,3 miliardi di barili di nuove risorse, oltre il doppio dell’obiettivo iniziale di circa 600 milioni di barili, sostenendo un costo inferiore a un dollaro per barile. Descalzi evidenzia che la crescita non deriva da un episodio isolato, ma da un percorso continuativo.

Il modello industriale, spiega, consente alle società satellite di sostenere autonomamente la propria espansione. Il possibile deconsolidamento di Plenitude viene indicato come esempio di un’impostazione che permette di accrescere la produzione, finanziare gli investimenti, remunerare il capitale e ridurre l’indebitamento. Il gearing è sceso attorno al 9%, minimo storico per il gruppo. Descalzi rileva inoltre che l’upstream, a lungo considerato un comparto destinato alla contrazione, torna a essere valutato alla luce di una domanda di petrolio e gas ancora in aumento.

Sul tema degli extra-profitti, l’amministratore delegato respinge l’idea che risultati più elevati debbano automaticamente essere assimilati a rendite eccezionali. Se la redditività deriva da più produzione, maggiore efficienza e migliore gestione delle attività, tassarla sarebbe, secondo Descalzi, controproducente sul piano industriale. Richiama inoltre le perdite registrate negli anni difficili per sostenere chimica, raffinazione e upstream italiano, sostenendo che l’attenzione non dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulle fasi positive del ciclo.

Eni rivendica anche il contributo al contenimento dei prezzi dei carburanti. Entro la fine di dicembre, il gruppo stima un impegno di circa 700 milioni di euro, considerando la politica avviata a marzo e i tetti applicati. Gli sconti sono stati estesi all’extra-rete, all’agricoltura e alla pesca. Il concetto di price cap sarà mantenuto fino a fine anno; il livello, oggi fissato a 2,25 Euro per il gasolio e a 1,99 Euro per la benzina, verrà riesaminato sulla base delle dinamiche di mercato, dei prezzi e delle forniture effettivamente disponibili rispetto alla struttura logistica.

Descalzi afferma di comprendere le difficoltà degli autotrasportatori coinvolti nelle proteste contro il caro-gasolio, che hanno interessato anche i rifornimenti della rete Eni. Sottolinea però che gli sconti praticati hanno già determinato un significativo aumento della domanda in alcune stazioni di servizio, fino a provocare indisponibilità di carburante.

Quanto alla raffinazione europea, il manager segnala una contraddizione tra l’invito a rafforzare gli impianti e l’assenza di una sospensione temporanea dell’Ets fino al ripristino delle forniture dal Golfo. A suo avviso, chiedere nuovi investimenti alle imprese senza intervenire su costi che restano elevati rende più difficile la competizione con Paesi come gli Stati Uniti, dove l’energia è meno cara. Per rafforzare la sicurezza energetica, conclude, servono condizioni che rendano sostenibili gli investimenti industriali.

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