Di fronte ai grandi stravolgimenti della transizione e della rivoluzione digitale, la strategia dell'operatore di rete sceglie la via del rinvio. Ma dietro i numeri rassicuranti sui costi in bolletta e i moltiplicatori economici si nascondono criticità tecniche e contabili che meritano un'analisi più rigorosa.
Un rinvio strategico, numeri suggestivi e una narrazione rassicurante. È questa la ricetta presentata dall’Amministratore Delegato di Terna, Pasqualino Monti, al Forum Economico Moneta. Il piano industriale della società che gestisce la rete elettrica nazionale, inizialmente atteso per novembre, slitta alla primavera del 2027 per allinearsi al quadro regolatorio ARERA.
Se da un lato la prudenza è dote apprezzabile nelle utility quotate, dall'altro da vertici aziendali remunerati con compensi milionari ci si aspetterebbe una visione strategica e una capacità di guida ben più incisive, in grado di presentare scenari e stress test indipendenti dalle fluttuazioni burocratiche dei regolatori, anziché mettere in stand-by la comunicazione ai mercati.
Andando oltre i toni entusiastici, un'analisi squisitamente tecnica delle dichiarazioni fa emergere diversi nodi non risolti.
La trappola del "4% in bolletta"
Tra gli annunci che più hanno fatto discutere c'è la promessa di mantenere stabile al 4% l'impatto degli investimenti di Terna sulla bolletta elettrica degli italiani. Un'affermazione che rischia di rivelarsi un'illusione ottica contabile.
Il peso percentuale della tariffa di trasmissione (TRA) sul totale della bolletta varia in funzione del prezzo della materia prima energetica. Se, come ci si auspica, il costo del gas e dell'energia (PUN) dovesse scendere grazie alla maggiore penetrazione delle rinnovabili, mantenere una quota fissa del 4% significa che il costo assoluto in euro pagato da famiglie e imprese per la rete aumenterà. Con una Regulated Asset Base (RAB) destinata a gonfiarsi per effetto dei 17 miliardi di investimenti annunciati, gli ammortamenti e la remunerazione del capitale peseranno di più, non di meno, sui bilanci degli utenti.
Moltiplicatori economici da ridimensionare
Ha fatto presa anche il richiamo ai moltiplicatori macroeconomici: «Ogni euro investito genera 3 euro di produzione e 1,31 euro di PIL». Un’equazione suggestiva, basata su modelli Input-Output che tuttavia tendono a ignorare le dinamiche reali dei mercati correnti:
Integrazione di filiera e importazioni: Gran parte delle risorse per la trasformazione della rete viene assorbita da componenti ad alta tecnologia (trasformatori di potenza, cavi sottomarini HVDC) forniti da filiere estere globalizzate, riducendo l’effettivo valore aggiunto che rimane sul territorio nazionale.
Effetto spiazzamento (Crowding-out): In una fase di forte inflazione dei materiali e scarsità di manodopera specializzata, una spesa concentrata finisce per surriscaldare i costi dei cantieri e drenare risorse da altri settori produttivi.
La sfida dei Data Center e il nodo del bilanciamento
Infine, l'AD ha definito l'esplosione dei Data Center per l'Intelligenza Artificiale come una grande opportunità per l'Italia come "hub digitale". Ma la sfida dei data center non è una mera questione di «pianificazione rigorosa».
I data center richiedono un carico di energia costante e ininterrotto (24/7), mentre il sistema elettrico italiano sta integrando massicce quote di energia rinnovabile non programmabile (solare ed eolico), localizzata prevalente al Sud e nelle isole. In assenza di una capacità di accumulo di lungo termine adeguata e già operativa, connettere grandi energivori al Nord rischia di aggravare i colli di bottiglia e di far schizzare alle stelle i costi di bilanciamento sul Mercato per il Servizio di Dispacciamento (MSD). Costi che, inevitabilmente, finirebbero ancora una volta scaricati sugli utenti finali.
Considerazioni finali
In un momento storico in cui la competitività industriale dell'Italia dipende dalla sicurezza e dal costo dell'energia, la gestione delle infrastrutture critiche richiede meno annunci d'impatto e più concretezza industriale. Rinviare i piani e rifugiarsi in metriche percentuali favorevoli può rassicurare la platea di un convegno, ma non risolve le fragilità strutturali del sistema Paese.