Le riserve strategiche cinesi, la riconfigurazione dei flussi via Arabia Saudita ed il maggiore apporto statunitense di Gnl hanno attenuato l’impatto immediato della crisi nello Stretto di Hormuz. È la lettura proposta da Marco Piredda, dirigente di Eni, nel suo intervento alla seconda edizione del Defence Procurement Forum, ospitata oggi a Villa Miani, a Roma.
Pur in presenza di rincari eccezionali – petrolio quasi raddoppiato e gas in crescita del 150 per cento – non si è verificato un azzeramento delle forniture energetiche. Per Piredda, il primo elemento di tenuta è arrivato dalla Cina, che dispone di stock strategici pari a circa 210 giorni di consumi. Questa disponibilità ha permesso a Pechino di ridurre della metà gli acquisti dall’estero, alleggerendo la tensione sui mercati dopo il venir meno repentino di circa 15 milioni di barili quotidiani.
Un secondo sostegno alla continuità logistica è giunto dai percorsi alternativi, in particolare dalle infrastrutture saudite. Si tratta tuttavia di collegamenti che restano vulnerabili agli attacchi degli Houthi. Sul versante del gas, la parziale sostituzione dei volumi qatarini è stata resa possibile soprattutto dalle forniture di gas naturale liquefatto degli Stati Uniti.
“Hormuz e' stato per il settore energetico l'uscita definitiva del genio dalla bottiglia. Una crisi del genere non si era mai avuta”, ha dichiarato Piredda, rilevando come l’eventualità della chiusura del passaggio marittimo fosse ritenuta altamente improbabile, pur con effetti potenzialmente molto rilevanti. “Poteva andare peggio e potrebbe andare peggio”, ha aggiunto, ricordando che lo stretto risulta ancora riaperto solo parzialmente.
La valutazione degli effetti della crisi, ha concluso il dirigente di Eni, dovrà estendersi al medio e al lungo termine, considerando le trasformazioni già in atto nei mercati energetici internazionali.