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Stephan Winkelmann racconta Lamborghini e ripercorre venti anni di crescita

Da 240 milioni ad oltre 3 miliardi di fatturato e riflette sulle scelte strategiche tra ibrido, elettrico e made in Italy

Un imprenditore agricolo che decide di sfidare Ferrari. Una fabbrica nata in campagna a Sant’Agata Bolognese nel 1963 e diventata uno dei marchi più riconoscibili al mondo. Ed un manager che, in meno di vent’anni, porta il fatturato da circa 240 milioni ad oltre 3 miliardi di Euro. È questo il perimetro del nuovo documentario di Chapeau Media, dedicato a Stephan Winkelmann, ceo di Automobili Lamborghini.

Nell’episodio, girato all’interno dello stabilimento di Sant’Agata, l'ad ripercorre la storia del marchio, dalla Miura alla Countach fino ad Aventador, Huracán e Urus, intrecciandola con il proprio percorso personale, da figlio di diplomatico cresciuto a Roma alla guida di uno dei brand più iconici dell’industria automobilistica globale.

Il racconto parte lontano dai riflettori delle supercar. Laurea in Scienze politiche, due anni di servizio militare, un passaggio nella consulenza finanziaria, poi l’ingresso in Fiat negli anni Novanta. l'ad segue Alfa Romeo nei mercati tedeschi, collabora al lancio della 156e, a meno di quarant’anni, viene nominato amministratore delegato di Fiat Auto per Germania, Austria e Svizzera.

La svolta arriva nel 2005, quando il gruppo Volkswagen gli propone la guida di Lamborghini. All’epoca l’azienda produce poco più di mille vetture l’anno, con un fatturato nell’ordine dei 200–300 milioni di Euro. I primi passi sono concentrati su qualità, posizionamento e chiarezza di brand. Winkelmann definisce l’identità Lamborghini in tre parole: “estrema, senza compromessi, italiana” e lavora sul ciclo di vita dei modelli ed introduce una regola semplice: almeno una novità l’anno, che possa parlare alla stampa, ai concessionari, ai clienti.

Nel documentario, il ceo ricostruisce le tappe che hanno segnato il salto di scala: lo sviluppo di Aventador “da foglio bianco”, il ruolo di Huracán, la decisione di affiancare alle supersportive un Suv ad altissime prestazioni come Urus, che oggi pesa circa metà dei volumi complessivi.

Una parte importante dell’intervista è dedicata ai momenti di discontinuità. Winkelmann racconta la crisi del 2008, con la produzione tagliata del 50% “da un giorno all’altro”, e la fase successiva alla pandemia, in cui Lamborghini si trova a rinnovare l’intera gamma in un contesto di forte incertezza.

Il documentario non si limita ai numeri: entra nelle dinamiche di responsabilità verso le oltre 3000 persone che lavorano a Sant’Agata e nella pressione legata alla gestione di un marchio che, nelle sue parole, “non vende mobilità, ma oggetti che le persone acquistano perché sono un sogno che hanno da bambini”.

Uno dei passaggi più delicati dell’intervista riguarda il futuro delle motorizzazioni. Lamborghini ha già annunciato la scelta dell’ibrido plug-in per l’intera gamma, con tre nuovi modelli lanciati in un arco di diciotto mesi.

Nel documentario il ceo affronta anche uno dei temi più delicati del settore: la transizione elettrica.

Nel documentario spiega che l’azienda sta rivalutando i tempi e le modalità di ingresso nel full electric, anche alla luce del rallentamento globale nell’adozione delle auto elettriche rispetto alle previsioni di qualche anno fa e dell’incertezza normativa sulle benzine sintetiche dopo il 2035.

Accanto ai grandi temi di settore, l’episodio insiste sul rapporto tra Lamborghini ed il territorio. Winkelmann sottolinea più volte l’importanza di essere “rimasti qui dal 1963”, di avere in fabbrica seconde generazioni di lavoratori e di considerare il made in Italy non solo un elemento di marketing, ma una parte sostanziale del posizionamento del marchio.

Il racconto alterna la dimensione globale, con gli Stati Uniti come primo mercato ed una distribuzione che include Germania, Giappone, Corea, Medio Oriente, Cina ed Italia, a quella locale, fatta di continuità industriale e di una comunità che si è sviluppata attorno allo stabilimento.

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