Mentre le famiglie italiane affrontano i costi di una transizione energetica complessa, i ricavi garantiti del gestore della rete elettrica aprono un dibattito urgente: è tempo di ripensare il controllo pubblico sulle infrastrutture strategiche?
Nata nel 1999 nel pieno della stagione delle liberalizzazioni e dello spacchettamento dell’ex colosso Enel, Terna SpA è oggi il custode indiscusso della Rete di trasmissione nazionale (Rtn). Quotata in Borsa dal 2004, l’azienda viene costantemente celebrata nei salotti finanziari come un "titolo rifugio" esemplare, una macchina da dividendi capace di non deludere mai i propri azionisti. Tuttavia, dietro la narrazione del successo di mercato si cela un meccanismo economico che merita un’analisi giornalistica profonda e, per molti versi, critica.
Per comprendere la natura di Terna, è necessario partire da una domanda fondamentale: da dove derivano, realmente, i suoi miliardari ricavi?
Il meccanismo dei ricavi: un business a "rischio zero"
A differenza delle aziende che operano nel libero mercato, Terna non deve conquistare i propri clienti, né temere la concorrenza. La società opera in un regime di monopolio naturale: possiede e gestisce oltre 75.000 km di linee ad alta tensione, un’infrastruttura unica e non duplicabile.
I suoi ricavi sono quasi interamente regolati, ovvero stabiliti a tavolino dall’Arera (Autorità di regolazione per energia reti ed ambiente). Il sistema si basa su due pilastri:
La Rab (Regulatory Asset Base): Il valore del capitale investito nella rete. Più Terna spende per costruire stazioni o posare cavi, più aumenta la base su cui calcolare il proprio guadagno.
Il Wacc (Weighted Average Cost of Capital): Un tasso di rendimento garantito dall’Autorità per remunerare gli investimenti e coprire il costo del debito.
A questo si aggiungono i ricavi derivanti dal dispacciamento, ovvero l’attività di gestione dei flussi elettrici per garantire che l'energia prodotta sia pari a quella consumata in ogni istante.
Il paradosso del monopolio: utili privati, costi pubblici
Il nodo critico della questione risiede nel fatto che questa imponente architettura finanziaria non è indolore per i cittadini. Le tariffe di trasmissione e i costi per i servizi di dispacciamento (il cosiddetto uplift) non cadono dal cielo: vengono ribaltati direttamente sulle bollette elettriche di famiglie e imprese, sotto la voce "spesa per il trasporto e la gestione del contatore" e negli oneri di sistema.
In un momento storico caratterizzato da forti spinte inflazionistiche e da una transizione ecologica che richiede investimenti mastodontici per connettere i nuovi impianti rinnovabili, il meccanismo tariffario rischia di trasformarsi in una tassa impropria sui consumatori. Se Terna investe miliardi (come previsto dai suoi piani industriali), la sua Rab cresce, i suoi utili aumentano e l'appeal del titolo in Borsa si impenna. Ma per il cittadino comune, questo si traduce matematicamente in un aumento dei costi fissi in bolletta.
Ci troviamo di fronte a un paradosso strutturale: un’attività a rischio d'impresa pressoché nullo, protetta dallo Stato e alimentata dai soldi dei contribuenti, che però risponde a logiche di massimizzazione del profitto tipiche di una società quotata in Borsa. I dividendi staccati da Terna vanno certamente a beneficio di CdP Reti (e quindi indirettamente dello Stato), ma una fetta consistente prende la via dei grandi fondi di investimento internazionali e degli azionisti privati. Per non parlare poi dei milionari emolumenti dei suoi amministratori.
Una governance da rivedere: il ritorno al Pubblico è una necessità?
L'attuale assetto societario di Terna mostra le crepe di un modello – quello delle privatizzazioni degli anni '90 – che considerava il mercato azionario come l'unico motore di efficienza per i servizi pubblici. Oggi, lo scenario è radicalmente mutato. La rete elettrica non è una semplice infrastruttura commerciale; è l'asset più strategico della Nazione, il sistema nervoso su cui si poggia la decarbonizzazione e la sicurezza geopolitica del Paese.
È accettabile che la gestione di un bene comune così vitale debba essere condizionata dalle aspettative di rendimento trimestrale degli analisti di Wall Street o di Piazza Affari? È etico che l'espansione della rete, pagata con i sacrifici dei consumatori, si traduca in premi e dividendi per il capitale privato?
In questo preciso momento storico, caratterizzato da crisi energetiche globali e dalla necessità di una pianificazione centralizzata e solidale, si dovrebbe avere il coraggio politico di pensare a una profonda modifica della governance di Terna, muovendosi decisamente a favore del pubblico.
Un controllo statale, sul modello di una vera e propria azienda pubblica fuori dalle logiche di Borsa (o quantomeno con una forte limitazione della componente speculativa), permetterebbe di riflettere i guadagni dell'efficienza direttamente in una riduzione delle tariffe per i cittadini, eliminando l'obbligo di generare extra-profitti per i mercati finanziari. La transizione energetica deve essere un percorso di struttura e di civiltà, non l'ennesima occasione di rendita garantita sulle spalle dei consumatori.