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Ue impone condizioni per attrarre tecnologie ed ancorare la produzione

Vincoli a capitali extra‑Ue: criteri su quote, IP, R&S e sourcing locale

All’inizio del XXI secolo era la Cina ad inseguire la tecnologia europea per il settore automotive; oggi, nel 2026, la tendenza si è invertita. L’Unione europea intende condizionare l’accesso al proprio mercato per attrarre investimenti stranieri strategici ed ottenere know‑how, in particolare da Paesi che dominano la catena di valore delle batterie e dei veicoli elettrici. 

La Commissione ha messo sul tavolo l’Investment Accelerator Act, presentato dal vicepresidente Stéphane Séjourné: norme che scattano per operazioni superiori a 100 milioni di Euro provenienti da Stati che detengono oltre il 40% della capacità produttiva globale nei settori sensibili. L’ambito di applicazione include batterie, auto elettriche, fotovoltaico e l’intero ciclo delle materie prime critiche (estrazione, lavorazione, riciclo). Le condizioni richieste mirano a ricostruire capacità industriale e catene di fornitura in Europa. Ogni investitore dovrà rispettare obbligatoriamente la creazione di occupazione qualificata con almeno il 50% di lavoratori cittadini Ue; inoltre dovrà soddisfarne altre tre tra cinque requisiti: limite della quota estera al 49%; costituzione di joint-venture con partner europei (quota non‑Ue ≤49%); impegni espliciti di trasferimento tecnologico (licenze, accesso al know‑how, gestione IP); investimento in R&S in Ue pari ad almeno l’1% del fatturato globale; produzione locale di almeno il 30% di componenti o semilavorati. L’intento è chiaro: non solo attrarre capitali, ma ancorare competenze, prototipazione e catene locali. Proposte simili erano state avanzate in passato da manager come Luca De Meo (all’epoca alla guida di Renault) per accelerare il recupero del gap tecnologico tra industria europea e concorrenti cinesi. Per i professionisti dei trasporti e della supply chain, il testo segna una svolta nelle regole d’ingaggio per investimenti e partnership industriali.

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