Tra Governo e grandi concessionarie autostradali è emerso un accordo ponte per sbloccare gli aumenti tariffari ed i programmi di ammodernamento su una rete tra le più anziane d’Europa. Il baratto riguarda un incremento dei pedaggi molto più contenuto rispetto alle richieste iniziali in cambio di un prolungamento delle concessioni oltre le scadenze previste. A trattare sono soprattutto Autostrade per l’Italia (Aspi) ed il gruppo Astm (famiglia Gavio con Ardian), che insieme controllano circa due terzi dei 6000 km a pedaggio.
Il ministero delle Infrastrutture e trasporti (Mit) ha posto un vincolo: gli aumenti non devono superare il 2% annuo (inflazione compresa). La proroga necessita però del via libera della Commissione Ue, perché al termine delle concessioni sarebbe obbligatoria la gara. Al centro della trattativa ci sono i Piani economico-finanziari (Pef), da aggiornare ogni cinque anni: molti risultano scaduti (Astm dal 2017, Aspi nel 2025), e senza Pef validi i pedaggi non possono salire.
Aspi, passata nel 2022 a HRA (Cdp 51% con Blackstone e Macquarie), aveva proposto nel 2024 un Pef da 36 miliardi con richiesta di proroga di sei anni, bocciato da Mit ed Art per l’impatto tariffario. Dopo nuovi vertici societari (Arrigo Giana ad, Antonino Tùricchi presidente) è nato un nuovo pacchetto: Pef intorno ai 30 miliardi — comprensivi di 6,7 miliardi già investiti tra 2020-25 — aumento pedaggi fissato al 2,06% annuo e proroga di 10 anni fino al 2048. Il cda di Aspi ha approvato il piano il 17 marzo; ora il dossier è al ministero in vista della pre-notifica a Bruxelles. I conti 2025 mostrano profittabilità significativa: Astm ha realizzato ricavi per 4,63 miliardi ed un utile netto di 334,6 milioni; Aspi ricavi per 4,54 miliardi ed utile netto di 965 milioni, con una proposta di dividendo per 258,2 milioni. Se la proroga passerà sarà una svolta economica rilevante per gli azionisti, mentre Bruxelles resta l’ago della bilancia per la legittimità della proroga.