Lo scorso 27 marzo la presidenza del Consiglio ha ricevuto via pec una diffida firmata da Pietro Mattei, nipote ed erede di Enrico, che chiede di non usare il cognome del fondatore dell'Eni per il cosiddetto "Piano Mattei".
Pietro, che aveva otto anni quando lo zio morì nel 1962 in un <<<mark>markmark>><mark>markmark><mark>markmark>>>incidente<<mark>markmark>><mark>markmark><mark>markmark>>> aereo ancora avvolto nel mistero, ricorda che l’eredità di Enrico —che non lasciò figli— è oggi ripartita tra i suoi nipoti. Nella lettera, riportata da "La Stampa", si fa riferimento anche al contenzioso sui beni personali reclamati dai familiari: lettere, oggetti e diversi quadri d’inizio Novecento, tra cui due nature morte di Giorgio Morandi, per i quali è stata avviata una causa civile al Tribunale di Macerata contro Eni, all’epoca guidata da Claudio Descalzi.
Pietro Mattei contesta l’uso del nome dello zio per un programma governativo che —dichiara— rappresenterebbe valori opposti a quelli di Enrico: mentre Mattei promuoveva rapporti “paritetici” con i Paesi produttori e sfidava le grandi compagnie internazionali, l’attuale Esecutivo mostrerebbe, secondo il nipote, una forte subordinazione agli interessi statunitensi. Pietro critica inoltre le politiche su immigrazione, costo dell’energia ed i rapporti internazionali, affermando che Enrico non sarebbe stato un "servo" degli americani e ricordando teorie che collegano il suo omicidio a tali contrasti. Nel testo si accusa l’Esecutivo di utilizzare il nome dello storico industriale a fini di propaganda e si annuncia la disponibilità ad azioni legali, civili e penali, qualora il richiamo ad Enrico Mattei restasse associato al piano coordinato da Palazzo Chigi e dal consigliere diplomatico Fabrizio Saggio. Conclude l’atto la dura definizione: si starebbe vendendo "una scatola vuota".