Il gigante tecnologico Bosch sta attraversando una fase di tensione finanziaria senza precedenti recenti. Nel 2025 l’Ebit è precipitato di oltre il 45%, attestandosi a 1,7 miliardi di Euro —il livello più basso da anni, inferiore anche a quello registrato nel 2020 durante la pandemia. I ricavi sono cresciuti soltanto marginalmente, toccando 91 miliardi, una performance ritenuta insufficiente dal management rispetto al forte deterioramento della redditività operativa. Il gruppo attribuisce il calo ad una combinazione di fattori: rallentamento della congiuntura globale, incertezza geopolitica, nuovi dazi statunitensi ed una concorrenza cinese sempre più aggressiva che ha eroso posizioni competitive in mercati chiave. Di conseguenza Bosch ha ammesso di essersi allontanata dall’obiettivo di figurare tra i primi tre operatori nei segmenti strategici.
Per riportare i conti in ordine è stato lanciato un piano di razionalizzazione che mette il personale al centro delle misure più onerose. Nel 2025 il gruppo ha accantonato circa 2,7 miliardi per soluzioni socialmente sostenibili (esodi ed indennità), con un impatto diretto sull’utile. A settembre sono stati annunciati ulteriori 13.000 esuberi, che si sommano ai tagli in corso. A fine anno la forza-lavoro globale era di 412.400 persone, in calo di circa 5400 unità; in Germania la riduzione è stata più marcata (-6500), con 123.100 occupati. Bosch continua ad allocare capitali significativi in vettori strategici come mobilità elettrica, software, idrogeno e semiconduttori, ma i ritorni restano limitati: questi investimenti richiedono forti anticipi di capitale e la domanda cresce più lentamente del previsto, comprimendo i margini. Per il 2026 non è atteso un miglioramento sostanziale; l’obiettivo di redditività del 7% viene ora rimandato al 2027. La casa madre avverte che la fase di ristrutturazione e pressione competitiva non è ancora superata.