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Tassisti, dati contestati ed il nodo del reddito imponibile

Numeri fiscali, costi reali e la difesa della categoria contro le accuse di evasione

La disputa sui redditi dei tassisti torna al centro del dibattito pubblico, ma questa volta il punto di partenza non è la categoria in sé: è la lettura dei numeri diffusa nei giorni scorsi da "Il Sole 24 Ore", poi rilanciata anche dal "Corriere della Sera". Secondo quanto riportato, il reddito lordo medio di un tassista sarebbe pari a 18.983,09 Euro, cioè 1582 Euro al mese. Una cifra che, isolata dal suo contesto, alimenta con facilità l’idea di un settore opaco ed indulgente verso il nero.

È proprio su questo passaggio che interviene Loreno Bittarelli, presidente di itTaxi e del Radiotaxi romano 3570. La sua contestazione è netta: quei quasi 19.000 Euro non corrispondono al ricavo annuale, ma all’imponibile fiscale su cui si calcolano le imposte. “A un danno reputazionale. Lo scenario è ben diverso da quello che si vuole far apparire”, sostiene, spiegando che dall’incasso complessivo dichiarato vanno sottratti i costi di esercizio, tra cui carburante, assicurazione, bollo, manutenzione, quota Radiotaxi e spese per l’assistenza fiscale, per un totale di circa 10.500 Euro. A questi si aggiungono gli ammortamenti della licenza, che pesano per 10.000 Euro l’anno, e dell’auto impiegata nel servizio, stimata in 5/6000 Euro.

La conseguenza, secondo il calcolo fornito da Bittarelli, è che un imponibile di 19.000 Euro presuppone ricavi per circa 45.000 Euro, vale a dire 3800 Euro al mese. Una lettura che, nelle sue intenzioni, ribalta l’immagine di una categoria che verrebbe troppo spesso presentata come sospetta per definizione. “Siamo i soggetti meno adatti ad evadere. Il motivo? Le nostre tariffe sono stabilite dai Comuni ed il contachilometri non mente, basta incrociare i dati. Tant’è vero che le dichiarazioni dei tassisti sono perfettamente conformi agli Indici sintetici di affidabilità (Isa), altrimenti saremmo un bersaglio della Guardia di finanza. Oggi, oltre l’80% dei clienti è digitale e paga via app o Pos”, afferma.

Il presidente di itTaxi insiste anche sull’aspetto sociale della professione. Nella sua memoria difensiva ricorda che servono, parole sue, “40 anni di servizio” e che il mestiere non offre ferie pagate, malattia o 104. Inoltre, osserva, molti continuano a lavorare anche dopo la pensione, perché l’assegno difficilmente supera i 1000 Euro.

Da Firenze, Claudio Giudici, presidente nazionale del sindacato Uritaxi, offre una lettura convergente. “Non conosco tassisti ricchi”, dichiara, sottolineando che su circa l’80% delle auto bianche oggi gravano debiti con le banche ed ipoteche sulla casa legate all’investimento professionale. A suo giudizio, questo abbassa sensibilmente il reddito, così come le spese sostenute per migliorare i mezzi e rispondere alle richieste dell’utenza. Il presidente richiama anche un esempio numerico: da 67.000 Euro di ricavi deriverebbe un utile lordo tassabile di 29.000 Euro.

Per il dirigente di Uritaxi, la vicenda si inserirebbe in una fase politica precisa. “Diciamo che è iniziata la campagna elettorale e qualcuno ci usa come clava politica per colpire quei partiti più vicini ai lavoratori autonomi. Ma questo voyeurismo ideologico sulle piccole imprese, che impattano sull’evasione al 5% (Associazione contribuenti italiani), produce solo una guerra tra poveri, lasciando al riparo le vere oligarchie multinazionali”, afferma. E quando il discorso tocca Uber, la replica è immediata: “Prendiamo il loro bilancio italiano”, osserva Giudici, ricordando che su un fatturato di 11,6 milioni l’utile lordo sarebbe di appena 660.000 Euro.

Su questo fronte si inserisce anche l’Unione sindacale di base, che rilancia un’obiezione molto concreta: quali sarebbero, si chiede, i costi di gestione di Uber, visto che non possiede mezzi, non paga meccanici e gommisti, non sostiene la spesa del carburante e in Italia conta appena 22 dipendenti. Nella stessa linea, il presidente nazionale conclude che, se quel coefficiente fosse applicato ai tassisti, gli utili scenderebbero sotto i 3000 Euro, ma il bersaglio mediatico resterebbe sempre la categoria: “Eppure, i demoni siamo noi, gli evasori siamo noi...”

A Milano, il tono non è meno acceso. Guido Grassi, rappresentante di Federtaxi Cisal, definisce l’articolo de "Il Sole 24 Ore" una ricostruzione discontinua, perché mescola tassisti pensionati, part time, cooperative e contribuenti forfettari. Per il rappresentante la questione dell’evasione di massa andrebbe cercata altrove: Uber, dichiara, sarebbe il vero soggetto da osservare.

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