Gare truccate per il Terzo Valico: oltre 30 manager rinviati a giudizio

Sul banco degli imputati il Cociv e grandi imprenditori. Tra questi Pietro Salini (Webuild) che esprime "grande amarezza"

Anas Anas

Il gup di Genova ha rinviato a giudizio oltre 30 persone per aver truccato molte gare per il Terzo Valico ferroviario, in particolare quelle per i tunnel tra Liguria e Piemonte. Tra le persone rinviate a giudizio c'è Pietro Salini, ad di Webuild, accusato di turbativa d'asta, l'ex presidente di Cociv, Michele Longo, Giandomenico Monorchio, accusato anche di corruzione, imprenditore e figlio dell'ex ragioniere generale dello Stato Andrea, a sua volta inquisito ma solo per turbativa d'asta, Ettore Incalza e gli imprenditori Stefano Perotti e Duccio Astaldi. La prescrizione per la maggior parte delle contestazioni scatterà entro la metà dell'anno prossimo.

Nel mirino della Guardia di Finanza e dei pubblici ministeri, Francesco Cardona Albini e Paola Calleri, è finito il sistema con cui venivano smistati gli appalti da parte del general contractor individuato dallo Stato per la realizzazione della nuova linea (valore superiore a 6 miliardi di euro). Sul banco degli imputati il Cociv, il consorzio formato in origine da Salini- Impregilo (ora Webuild), Società condotte d'acqua e Civ. Proprio perché il Cociva aveva sede a Genova l'indagine è partita dal capoluogo ligure, anche se poi si è estesa a Roma e a Firenze. Diverse le telefonate sospette, tra queste un'intercettazione telefonica tra Pietro Salini e un dirigente apicale Cociv avvenuta dopo l'aggiudicazione delle gare. "L'iter amministrativo era già concluso e non era più suscettibile di modifiche e consisteva in uno scambio di opinioni per incrementare la partecipazione a eventuali gare future di imprese in possesso di ogni requisito e anche straniere", hanno spiegato i legali di Salini, certi di poter dimostrare "la buona fede dell'ad e di tutta l'azienda".

Ma in merito alla vicenda giudiziaria del Terzo Valico dei Giovi, è intervenuto direttamente anche l’amministratore delegato di Webuild, Pietro Salini. "Ho appreso del mio rinvio a giudizio con molta amarezza - dichiara Salini - Ho sempre agito nel rispetto della legge e nell’interesse del Paese a cui sono destinate le grandi infrastrutture che costituiscono la passione della mia vita e della nostra azienda. Webuild, che ho l’onore di dirigere - prosegue Salini - è parte lesa nel procedimento. Il rinvio a giudizio sarebbe stato deciso, assieme alla mia assoluzione su un altro capo di imputazione perché il fatto non sussiste, sulla base di una intercettazione di una mia conversazione con un dirigente apicale della nostra azienda in cui esprimevo delle preoccupazioni sulla qualità delle imprese che avevano partecipato alle gare di subappalto di un consorzio di cui facciamo parte".

"Occorre anzitutto rappresentare che tutte le gare in questione sono indette a costo e spese del consorzio, ovvero le prestazioni oggetto delle gare di cui si discute sono pagate da noi e non dallo Stato o dalla stazione appaltante - dice ancora Salini - Il consorzio di cui facciamo parte risponde invece per contratto al committente e al Paese della qualità e dell’effettivo andamento dei lavori affidati ai subappaltatori tramite le gare via via indette. Per questo motivo, nell’unica telefonata che costituisce oggetto della mia contestazione mi raccomandavo, a gare già concluse, che fosse attribuita la massima attenzione alla capacità industriale, alla solvibilità economica ed all’affidabilità nella realizzazione delle opere da parte delle imprese affidatarie, chiunque esse fossero e da chiunque fossero possedute, compresi componenti della mia famiglia, per garantire, ancora una volta, la sicurezza dei lavori e dei lavoratori, la buona riuscita dell’opera e la sua definitiva fruibilità da parte della collettività".

"Il mio intento - prosegue Salini - era di ribadire il concetto che la buona riuscita dell’opera può essere ottenuta solo con la sicurezza della qualità fornita da imprese serissime, anche a costo di un maggior sacrificio economico da parte del Consorzio, unico a sostenere i costi di realizzazione dell’opera in un contatto cosiddetto chiavi in mano. Incredibilmente l’impresa che presenta l’offerta a maggior ribasso garantirebbe un maggior utile per il consorzio a discapito della qualità e della sicurezza dei lavori. Io, Webuild e la mia gente abbiamo sempre puntato alla massima efficienza ed affidabilità", conclude Salini.