Si vantano per la logistica green ma poi evadono le tasse

La vicenda di Dhl Italy mostra come sia facile parlare di sostenibilità salvo poi calpestare i diritti dei lavoratori e frodare l'amministrazione

Anas Anas

È così facile essere green, almeno a parole. Più difficile è non fare i furbi, evadendo le tasse e calpestando i diritti dei lavoratori. Lo dimostra la (triste, per non dire di peggio) storia di Dhl, uno dei mostri sacri globali della logistica. Pochi mesi fa l'azienda dei camion gialli con la scritta rossa Dhl, ha sbandierato la "serie di opzioni di servizi per ridurre e/o eliminare le emissioni relative alla logistica, i rifiuti e altri impatti sull’ambiente per tutta la tua Supply Chain. Queste soluzioni -dicono da Dhl- offrono la possibilità di ottenere un ulteriore risparmio con un conseguente impatto positivo sul tuo brand". Sul sito della società spicca la scritta: Logistica ecologia, buona per l’ambiente, buona per il business.

Un risparmio, un buon business ottenuto a quale prezzo si vede adesso, con il maxi sequestro da 20 milioni di Euro stabilito dalla Guardia di Finanza di Milano ai danni del gigante tedesco della logistica accusato di maxi frode sull'Iva. Il sistema Dhl Italy era basato su un giro di false fatture e su finte cooperative che assumevano formalmente i fattorini: un sistema (perverso) che avrebbe favorito lo sfruttamento dei lavoratori, ai quali non venivano versati i contributi, oltreché favorire, ovviamente, pratiche di concorrenza sleale. Dhl avrebbe messo in piedi questo sistema fraudolento appoggiandosi a un consorzio di 23 società di intermediazione di manodopera, la Dhl Supply chain Italy SpA: 23 cooperative fantasma che si sono succedute nel tempo, tramite un consorzio che avrebbe poi fatturato tutto alla multinazionale che però negli anni, stando sempre alle accuse, avrebbe omesso il versamento dell’Iva. Per questo, dopo una serie di sequestri e perquisizioni tra Milano, la Brianza e le province di Lodi e Pavia, il pm Paolo Storari, che coordina le indagini, ha firmato un decreto di sequestro preventivo d’urgenza per un controvalore di oltre 20 milioni di Euro che i finanzieri stanno eseguendo sulle disponibilità finanziarie della società, e che poi arriverà al gip per la convalida.

Nell'inchiesta, Dhl supply chain Italy è indagata per la legge sulla responsabilità amministrativa. Oltre a Dhl, come persona giuridica, sono indagati, sempre per frode fiscale, i due presidenti del consiglio di amministrazione che si sono succeduti negli ultimi anni: Fedele De Vita (presidente della società fino al 2018) ed Antonio Lombardo, presidente da maggio di tre anni fa. Secondo i pm, la società del gruppo Dhl per avere a disposizione "meri serbatoi di manodopera" da gestire per le consegne di interfacciava con il Consorzio industria dei servizi a cui facevano capo varie società di intermediazione: con un meccanismo di false fatturazione, poi, emesse dalle finte coop a vantaggio di Dhl quest'ultima avrebbe abbattuto i costi. Non solo: secondo i pm, "le acquisizioni informatiche e le intercettazioni telefoniche confermano una realtà non certo isolata nel territorio lombardo". Il che, tradotto, significa in pratica che Dhl potrebbe avere utilizzato questo sistema lungo tutta la Penisola, tramutandolo, di fatto, in un modus operandi. Secondo quanto scrivono i pm di Milano Giovanna Cavalleri e Paolo Storari nel decreto di sequestro preventivo d’urgenza degli oltre 20 milioni di Euro, Dhl, "azienda leader nell’ambito della logistica, abusa dei benefici offerti dal sistema illecito, neutralizzando il proprio cuneo fiscale mediante l’esternalizzazione della manodopera e di tutti gli oneri connessi".

L’operazione "Mantide" deriva da un’indagine svolta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della GdF di Milano "unitamente alla contestuale attività ispettiva del Settore contrasto illeciti dell’Agenzia delle Entrate". A rimetterci, come sempre accade in questi casi, sono stati soprattutto i lavoratori. Dall’inchiesta è emerso che, tra il 2016 ed il 2019, sarebbero stati oltre 1500 i lavoratori assunti dalle finte cooperative che facevano parte del sistema Dhl Italy. Secondo l’accusa, l'azienda avrebbe usato “fittizi contratti d’appalto per prestazioni di servizi” che in realtà "dissimulano l’unico, reale oggetto del negozio posto in essere tra le parti, ossia la mera somministrazione di personale effettuata in violazione delle norme che ne regolamentano la disciplina". Il sistema creato, scrive la Procura, maschera "somministrazioni irregolari di manodopera a favore di committenti più o meno conniventi massimizzando guadagni illeciti in virtù del mancato pagamento delle imposte (dirette ed indirette), delle ritenute da lavoro dipendente e dei contributi previdenziali ed assicurativi".

Tra l’altro, scrivono i pm e riportano le agenzie stampa, "le acquisizioni informatiche effettuate durante l’attività di perquisizione, le intercettazioni telefoniche nonché le acquisizioni attraverso banche dati confermano una realtà non certo isolata nel territorio lombardo". Una realtà fatta di "contratti di somministrazione illecita di manodopera fatti passare come contratti di appalto", tariffe "imposte dal committente, che non sono in grado di remunerare la manodopera" e l’omesso versamento "di iva e contributi da parte dei serbatoi di dipendenti, come condizione necessaria per remunerare il lavoro, condizione sostanzialmente 'imposta' dal committente", ossia Dhl. Secondo quanto riporta il sito specializzato Startmag.it, la Procura fa notare anche che "per contrastare questo fenomeno, il 14 ottobre 2019, si è aperto in Prefettura a Milano un tavolo con le principali istituzioni, associazioni e player di settore con il fine di stipulare un Patto finalizzato al rispetto pieno dei diritti dei lavoratori e della concorrenza leale" nel settore della logistica: un tavolo nel quale Dhl ha interpretato il ruolo di protagonista. Una doppia presa in giro, da parte di questo colosso della logistica.