Due americani condannati per aver favorito la fuga di Carlos Ghosn

Il tribunale di Tokyo ha inflitto 2 anni di carcere a Michael Taylor e 2 mesi a suo figlio Peter per avere aiutato l'ex numero uno di Nissan a scappare dal Giappone nascosto in una cassa per il trasporto di strumenti musicali

Torna alla ribalta Carlos Ghosn, l'ex presidente di Nissan, protagonista di una rocambolesca fuga dal Giappone nel 2018 dopo essere stato accusato di avere stornato fondi della casa nipponica utilizzandoli a proprio favore. Di lui si sa che è in Libano, nazione di cui ha la cittadinanza essendo nipote di libanesi: adesso vengono fuori novità sulla sua fuga e su quanti lo hanno aiutato. L'agenzia di stampa Kyodo, spiega oggi che la Corte distrettuale di Tokyo ha condannato due cittadini americani, Michael Taylor (60 anni) e suo figlio Peter (28 anni) rispettivamente a 2 anni e a 2 mesi di carcere. A giugno, infatti, i due cittadini americani avevano ammesso il loro coinvolgimento nella fuga di Ghosn: adesso si sono dichiarati colpevoli e pentiti. Michael e Peter Taylor sono stati arrestati negli Stati Uniti, paese che non ha un accordo di estradizione con il Giappone. La procura ha ricostruito che i due uomini hanno nascosto Ghosn in una cassa per il trasporto di strumenti musicali fatta imbarcare su un aereo privato: secondo l'accusa, sapevano di violare la legge ma hanno dato fondo ugualmente al loro intento. Ecco spiegato, dunque, uno dei capitoli ancora poco chiari sulla fuga di Ghosn, per tanti versi ancora avvolta nel mistero.

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Ghosn, ex numero uno di Renault-Nissan-Mitsubishi, è stato arrestato in Giappone nel 2018 con l'accusa di aver commesso reati finanziari: è stato rilasciato su cauzione alcuni mesi dopo e condannato ai domiciliari. Proprio stando ai domiciliari (e approfittando di qualche lacuna nella sorveglianza) Ghosn ha lasciato il Giappone per il Libano, dove è ricomparso nel 2019: non è un caso, visto che Ghosn è nato in Brasile (a Porto Velho, nel 1954) ma ha anche cittadinanza libanese discendendo da una famiglia di origine libanese maronita (il nonno paterno, Bichara Ghosn, emigrò in Brasile quando aveva solo 13 anni). Una fuga rocambolesca ma che fece molto comodo al manager, visto che Beirut non ha alcun trattato di estradizione con Tokyo: un reimpatrio in Libano, diciamo così, messo in cassaforte mediante un provvedimento di divieto di espatrio che hanno emanato a sui carico (o meglio, a suo favore, in questo caso), le autorità libanesi. Di fatto, blindandone la permanenza nel Paese natale della sua famiglia.

Adesso, dicevamo, vengono fuori alcuni dettagli sulla sua fuga. L'ex presidente della Nissan Motor avrebbe iniziato la sua rocambolesca fuga che lo ho portato fuori dal Giappone su un treno Shinkansen da Tokyo a Osaka. In base alla ricostruzione fornita dall'agenzia di stampa Kyodo alcune telecamere di sicurezza avrebbero registrato Ghosn alle 14:30 del 29 dicembre del 2018 mentre lasciava la sua abitazione per arrivare alcune ore più tardi alla stazione Shinagawa di Tokyo, dove avrebbe preso il treno per Osaka. Da qui, l'ex presidente Nissan avrebbe raggiunto, a bordo di un'auto, un hotel nei pressi dell'aeroporto internazionale di Osaka: dieci minuti dopo le 23 si sarebbe imbarcato a bordo di un jet privato con destinazione Libano.

Una fuga, quella del manager brasiliano-libanese, che ha lasciato sconvolte le autorità nipponiche. Il ministro della Giustizia nipponico, Masako Mori, ha definito "ingiustificabile" il comportamento dell'ex boss di Renault-Nissan-Mitsubishi, rimarcando che la sua fuga è avvenuta con "metodi illegali". A sua volta Ghosn, dopo l'arrivo in Libano, ha dichiarato più volte di essere fuggito "dall'ingiustizia e dalla persecuzione politica" del sistema giudiziario giapponese. Come che sia, sul capo di Ghosn pende un ordine d'arresto internazionale emanato, attraverso l'Interpol, dalle autorità giapponesi.