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Uber Italy condannata, il tribunale dà ragione a 10 rider

Sfruttati e insultati, i fattorini vincono in tribunale a Torino

Rider uno, Uber Eats zero. È il risultato, forense più che calcistico, della sentenza con cui il tribunale del lavoro di Torino ha condannato Uber Italy al termine di una causa promossa da dieci rider. Il succo della sentenza è che i ciclofattorini di Uber Eats hanno diritto al riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato.

I ricorrenti lavoravano per Uber Italy attraverso la società Flash Road City. Adesso l’azienda dovrà corrispondere la retribuzione per l’attività svolta, oltre alle relative indennità. I giudici non hanno riconosciuto i danni per la mancata applicazione delle misure di sicurezza e il mancato rispetto della privacy. Sulla vicenda è in corso anche a Milano un procedimento penale per caporalato.

La replica di Uber Italy? "La decisione odierna - dicono dall'azienda - riguarda una situazione passata e ben specifica, che coinvolge una società di delivery con cui abbiamo collaborato fino al 2019. Da allora abbiamo smesso di lavorare con loro e, più in generale, con le società di delivery. Dal 2020 - aggiunge Uber Italy - abbiamo rivisto e rafforzato i nostri processi introducendo una serie di modifiche per fornire ai corrieri indipendenti un ambiente di lavoro sicuro, gratificante e flessibile. Siamo in attesa di ricevere le motivazioni della sentenza dopodiché valuteremo l’opportunità di ricorrere in appello".

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I ricorrenti, spesso stranieri reclutati nei centri di accoglienza, hanno affermato che erano pagati 3 Euro a consegna con ritmi di lavoro massacranti, multati senza giustificazioni. "Si lavorava in qualsiasi condizione - spiega all’Ansa dopo la sentenza un ciclofattorino ventunenne di origini nigeriane - Sotto la pioggia, al freddo, ma senza assicurazione e senza tutele. Se capitava un incidente e si chiamava l’azienda non si ricevevano risposte. Sono molto contento di questa decisione del tribunale".

"È stata fatta giustizia di una condizione di lavoro fuori da ogni parametro che getta vergogna sul nostro Paese - spiega Giulia Druetta, l'avvocato che ha assistito i ricorrenti insieme al collega Sergio Bonetto - Dalle carte dell’inchiesta penale di Milano - sottolinea Druetta - è emerso che ai rider ci si riferiva con termini quali 'schifosi' o 'senzatetto maleodoranti'. Vedremo come andrà il processo ma, dal punto di vista dell’inquadramento lavorativo, mi sembra chiaro, visto che noi parlavamo di fatti avvenuti ancora nel 2020, che la situazione, nonostante il decreto legge del 2019, non può dirsi risolta. La piaga è da sanare".

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