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Allarme rosso per l'automotive

Studio del Mims: la transizione green mette a rischio 101 aziende di componentistica

Altro che transizione ecologica. L'auto elettrica rischia di essere un bagno di sangue. Le brutte notizie arrivano dal ministero dello Sviluppo economico, o meglio da uno studio sull'impatto che avrà la nuova regolamentazione europea in materia di emissioni e automobili. Il risultato è che sono molte le aziende a rischio. Secondo l'analisi condotta dal ministero guidato da Giancarlo Giorgetti, i moduli con "maggiore discontinuità tecnologica" sono quelli legati al settore electronics: sensori, centraline, software. In parole povere, a subire maggiormente l'impatto della transizione, secondo lo studio, è il comparto powertrain a combustione interna, con un taglio del numero di componenti necessari dell'85%. I moduli chassis/interiors e exterior (asse, sterzo, sospensioni, freni, pneumatici, parti di carrozzeria, sedili, cruscotto eccetera) sono invece quelli per cui ci sarà minore variazione. 

Il fatto è che la componentistica italiana, con 2.200 imprese, 161 mila dipendenti e un fatturato di 45 miliardi di Euro, sembra poco preparata nei settori emergenti che coprono appena il 5% del mercato: molto di più, invece, nel powertrain tradizionale, che copre il 45% del mercato e che, da solo, esprime 900 aziende con 80 mila addetti. 

Le aziende considerate a rischio sono quelle dei segmenti diesel e benzina del powertrain: 101 imprese, con quasi 26 mila dipendenti. Questo perché sembrano essere le più esposte ai tempi serrati dalla conversione ecologica, alla mancanza di competenze e alla competizione di concorrenti cinesi o americani che potrebbero giocare con un quadro regolamentare diverso. 

Anas Anas

L'altra faccia della medaglia è composta da una serie di aziende ad alto potenziale divise in sette mini-filiere: connettività e analisi dei dati (Targa Telematics, Vodafone Automotive, Telepass, Digicom, per esempio); aziende che si occupano di guida autonoma come Hercules, Pitom, Vislab o di elettronica come ST microelectronics, Zapi, Marelli. Poi ci sono le aziende di batterie (come Seri Industrial, Sovema Group, Green Energy, Tawaki), quelle che si occupano di motori elettrici (Askoll, Atop, Bonfiglioli, Lafert), di celle a combustibile (Hydro2Powe, HydroMoving, Iveco, Adler Group), di servizi (Fleetmatica, Enel x, Be Charge, Fimer). 

Le preoccupazione sta soprattutto negli interventi del Governo. Il ministero dello Sviluppo economico sembra in bilico: il rifinanziamento degli ecoincentivi che era stato proposto da Giorgetti per la legge di bilancio, ma è stato rispedito al mittente. Il piatto degli incentivi, comunque, pare sarà rimesso sul tavolo per il decreto sostegni della prossima settimana o per il primo provvedimento successivo. Parliamo di un pacchetto di 400 milioni di Euro, cui si aggiungerebbe una dote di 50 milioni per i concessionari: un pacchetto sul quale, però, serve l'intesa. Che non c'è. La linea del Mise rimane distante, comunque, da quella del Movimento 5 Stelle, decisamente orientata per la corsa all'elettrico. L'idea del ministero è un'altra: piuttosto che lavorare sul tipo di alimentazione, agire ancora con incentivi che assumano come parametro decisivo il volume delle emissioni, rimanendo entro i 135 grammi/km di CO2

Per quanto riguarda, invece, la ricerca e l'innovazione, Giorgetti punta a lanciare un Ipcei, ossia un grande progetto di interesse comune. Due le possibili declinazioni: idrogeno per il trasporto pesante su gomma oppure componenti di elettronica avanzata, come i sistemi adas per la guida autonoma. 

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