Profumo sotto assedio

Dopo la debacle della mancata quotazione di Drs, si fa più delicata la posizione dell'ad di Leonardo

Urbeaero Urbeaero

Adesso qualcuno comincia a domandarselo. Ma Alessandro Profumo ci è o ci fa? Sa fare il suo mestiere o è un "combina guai", come lo definì a suo tempo un articolo non proprio tenero di Dagospia? L'ultima mossa in ordine di tempo non depone certo a suo favore. Vuole quotare a Wall Street il gioiellino della difesa Drs, pensando di ricavare un bel gruzzolo ma, all'ultimo istante, fa marcia indietro e rimanda l'ipo in attesa di "tempi migliori". Mossa tattica? Oppure errore marchiano, come dice qualcuno? L'offerta sospesa prevedeva il collocamento di una quota di minoranza di Drs, il 22% del capitale per eventualmente salire al 25,3% in caso di esercizio totale della greenshoe: la forchetta di prezzo era tra i 20 ed i 22 dollari per azione. Fosse andata bene la quotazione Leonardo avrebbe portato a casa un incasso tra 638 e 807 milioni di dollari, con una valutazione del 100% della società vicina ai 3 miliardi di dollari. Lo stop all'ipo è arrivato quando, invece, si è prospettata una valorizzazione che sarebbe stata stimata inferiore alle attese di circa il 20%. Errore di calcolo e di previsione, dice qualcuno. Possibile? Giustificabile in un'azienda come Leonardo e per un manager di lungo corso come Profumo? Non solo. Profumo stesso, nell'ultimo cda, ha sbandierato quasi come fosse una panacea la quotazione di Drs: il ricavato dell'ipo, a detta dello stesso amministratore delegato, sarebbe andato a coprire un po' del rosso dell'azienda. Già questo fa riflettere, visto che sembra tanto la soluzione che adottano di quelle persone che hanno un debito e lo ripianano facendo un altro debito, con cui tappano il buco del primo (e gli rimane pure in tasca qualche spicciolo).

Diciamo chiaro: la carriera di Profumo parla per lui. È un curriculum dove spiccano più gli errori che le vittorie. Non ci credete? Guardiamo solo le tappe principali: corrispondono ad altrettante debacle. Nel 1994 da Ras passa al Credito Italiano, un anno dopo la sua privatizzazione, con la carica di condirettore centrale, poi diventa nel 1995 direttore generale e nel 1997 amministratore delegato. Nel 1998, sotto la sua regia, nasce il gruppo Unicredit, un nuovo colosso bancario, e Profumo ne assume la guida, mettendo in atto una politica di acquisizione di istituti di credito minori che prosegue per diversi anni: nel 2005 perfeziona l'integrazione con il gruppo tedesco HVB, nel 2007 con la fusione tra Unicredit e Capitalia, Profumo è alla guida di uno dei più grandi gruppi bancari di tutta Europa.

Poi crolla tutto. Addirittura lo stesso Profumo ammise, tempo dopo, l'errore. "Abbiamo comprato banche in Ucraina e in Kazakistan, e minoranze in Germania, in Russia e Austria. E insieme a tutto questo abbiamo lanciato l’operazione su Capitalia. Col senno di poi abbiamo esagerato - disse - Nessuno di noi aveva la percezione che fossimo arrivati al picco e che di lì a poco avremmo imboccato con sorprendente rapidità la china discendente. E questo, lo dico in tutta onestà, è stato il nostro primo errore", riportò un articolo di Stefano Cingolani sul "Il Foglio" del 10 maggio 2015 dal titolo preconizzante: "Profumo di tramonto". Nonostante la debacle, Profumo trova un altro posto, a Montepaschi. Tre anni al timone della banca, dal 27 aprile 2012 al 6 agosto 2015, poi le dimissioni e l'inchiesta a Milano per aver saccheggiato, in combutta con altri, le casse Mps: entrato come il gran risanatore ("non prendo un Euro dei 500 mila che mi vengono offerti", disse) fece un altro un buco nell’acqua: conti in peggioramento, così come peggiorarono quelli di Unicredit, sempre sotto la sua guida.

Ora, Profumo trema. Anche se è stato riconfermato alla guida di Leonardo solo un anno fa, l'atmosfera che lo circonda non è per niente tranquilla. Pochi mesi fa hanno chiesto la sua testa i "Cinque Stelle" e Giuseppe Bivona, partner dell'hedge fund londinese Bluebell Capital Partners: adesso si aggiunge la Lega. Le cause sono note, ma le riassumiamo così: i conti non brillanti, la recente condanna in primo grado a sei anni per aggiotaggio inflitta all'ad in merito a presunte irregolarità avvenute durante la sua gestione della banca senese Monte dei Paschi. Infine, il rinvio a sorpresa dell'offerta pubblica di vendita di quote della controllata americana Drs. Tutto questo ha indotto la Lega a chiedere la testa dei vertici manageriali di Leonardo, Profumo compreso.

Non è ancora tutto. In un articolo apparso sul quotidiano "Domani", Emiliano Fittipaldi scrive: "Già tre mesi fa in molti scommettevano che se Conte fosse rimasto premier avrebbe sostituito Profumo in tempi rapidi, spinto dall'ala oltranzista dei grillini. L'arrivo di Draghi ha messo nel freezer le polemiche, mentre l'assoluzione dell'ad dell'Eni Claudio De Scalzi dalla vicenda nigeriana ha consolidato la posizione del banchiere: avere due top manager condannati a capo delle due aziende più strategiche del paese sarebbe stato insostenibile. Entro poche settimane, però - scrive Fittipaldi - sono attese le motivazioni della sentenza. E qualcuno nei palazzi teme che, se fossero severissime come ipotizzato dal deep state, Profumo potrebbe perdere il Nos, cioè il Nulla osta di sicurezza, che consente ai manager di Stato di trattare informazioni con classifica di segretezza superiore a riservato. Pane quotidiano per chi opera in Leonardo".