Nei campioni analizzati, le microplastiche provenienti dagli pneumatici costituivano in media lo 0,45% della massa del particolato PM10: una quota contenuta oggi, ma suscettibile di crescere nel tempo. Per identificare e quantificare questi frammenti, il team ha impiegato biomarcatori chimici specifici per le mescole di gomma sintetica e naturale, oltre ad un marcatore per il benzotiazolo, comunemente usato nei processi di indurimento della gomma.
Parallelamente, sono stati rilevati altri inquinanti non combustibili legati al traffico — in particolare i metalli tipici dell’usura dei freni (ferro, rame, cromo e manganese) — e le componenti delle emissioni motore, con l’obiettivo di valutare possibili correlazioni tra sorgenti di inquinamento e la frazione microplastica osservata.
Secondo il ricercatore Enea Sonia Manzo, che ha coordinato lo studio, la diffusione dei veicoli elettrici abbatterà inevitabilmente le emissioni derivanti dalla combustione. Tuttavia, il maggior peso dei veicoli a batteria può incrementare le forze di contatto pneumatico-asfalto e, di conseguenza, l’usura degli pneumatici, determinando un potenziale aumento della produzione di particelle plastiche secondarie. I risultati sottolineano l’urgenza di considerare le emissioni non da scarico nelle strategie di qualità dell’aria: intervenire su materiali degli pneumatici, masse veicolari, disegno urbano e sistemi di cattura del particolato appare cruciale per evitare che il passaggio all’elettrico semplicemente sposti il peso dell’inquinamento anziché ridurlo.